Il Remo Blu
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Scendiamo il Ticino in canoa da Sesto Calende fino al Po, da aprile a ottobre.

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Le lanche

Irene Bossi · 3 settembre 2026

Siamo usciti dalla lanca seguendo il legno del ponte di barche

Teresa ormai distingue soltanto luci e ombre, ma quella sera, con il vento che saliva fra le canne, è stata lei a sentire la strada per tornare.

Una lanca è un ramo del fiume rimasto chiuso, dove l'acqua resta ferma anche quando la corrente corre poco più in là.

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Teresa ci ha scritto in primavera per chiederci se una persona che vede poco può salire in canoa, e se le lanche di Bereguardo sono ancora come le ricordava. Da ragazza ci veniva con la sorella, d'estate, e restavano sulla riva fino a quando i genitori le chiamavano per la cena. Una malattia della retina le ha lasciato soltanto luci, ombre e colori sfumati, ma la memoria di quei pomeriggi, diceva, era intatta. Le abbiamo risposto che la volevamo con noi, nella mia canoa, e lei è arrivata il 31 agosto con un cappello di paglia e il bastone bianco piegato nella borsa.

Eravamo in dieci all'imbarco sotto Vigevano, alle quattro di un pomeriggio caldo e immobile. Teresa si è seduta a prua, il posto davanti, e io a poppa, dietro, da dove si sceglie la direzione. Le ho messo in mano la pagaia e le ho detto di remare quando le andava e di fermarsi ad ascoltare tutte le volte che voleva. Lei ha risposto che avrebbe ascoltato soprattutto, perché era la cosa che sapeva fare meglio.

Siamo entrati nella lanca ascoltando prima di guardare

Le lanche sono rami del Ticino rimasti chiusi, dove l'acqua resta ferma e limpida anche quando la corrente corre poco più in là. Ci siamo entrati da un passaggio stretto fra le canne, così basso che dovevamo chinare la testa sotto i rami dei salici. Dentro, il rumore del fiume è sparito di colpo, e al suo posto sono arrivate le rane, le cicale e un fruscio continuo di foglie. Teresa ha alzato la mano per chiedere silenzio, e tutto il gruppo ha smesso di remare.

Ha sentito l'airone prima di tutti noi, un verso rauco e corto che veniva dalla riva opposta. Poco dopo lo abbiamo visto alzarsi in volo, grigio e lentissimo, con il collo piegato e le zampe lunghe che pendevano. Lei ha seguito il battito delle ali con la testa, girandosi esattamente nella direzione giusta, e ha sorriso. Mi ha detto che da ragazza lo chiamavano il vecchio, perché stava sempre fermo nello stesso punto, come un nonno alla finestra.

Abbiamo attraversato la lanca piano, per quasi un'ora, fra ninfee chiuse e tronchi caduti coperti di muschio. A ogni sosta Teresa toccava l'acqua con le dita e diceva se era calda o fresca, se c'era una sorgente vicina o un ramo d'ombra. Ogni volta aveva ragione, e ogni volta gli altri, dalle canoe vicine, ridevano piano per non spaventare gli uccelli. A un certo punto mi ha chiesto di descriverle i colori, e io le ho raccontato il verde scuro dei pioppi sopra l'oro dell'acqua.

Abbiamo perso la strada quando il vento è salito fra le canne

Verso le sette, mentre il sole toccava gli alberi, il vento si è alzato tutto insieme da ovest e ha piegato le canne in un'unica onda. Lontano, verso Pavia, si sentiva un tuono lungo e basso, e il cielo sopra la lanca si è fatto color piombo. Ho chiesto a tutti di uscire verso la corrente, per arrivare a Bereguardo prima del temporale. Ma il passaggio da cui volevo uscire, con l'acqua increspata e le canne piegate, non riuscivo più a vederlo.

Conosco quella lanca da quindici anni, eppure in quel momento ogni varco fra le canne sembrava uguale all'altro. Le canoe del gruppo si erano strette intorno alla nostra e aspettavano un segnale, con le pagaie ferme sull'acqua. Ho provato un primo passaggio, ma finiva contro un tronco, e ho dovuto tornare indietro remando a ritroso. Teresa, intanto, aveva girato la testa verso destra e ascoltava con gli occhi chiusi.

Mi ha detto di aspettare un momento e di stare tutti zitti, anche con il vento. Fra una raffica e l'altra si sentiva un rumore regolare, un tonfo di legno seguito da un cigolio, che tornava ogni pochi secondi. Era il ponte di barche di Bereguardo, il ponte che sta a galla sul fiume, con le auto che passavano sopra le assi e le facevano battere. Teresa ha alzato il braccio e ha indicato un varco fra le canne che io non avevo nemmeno considerato.

«Da ragazza sentivo il ponte dal letto, d'estate. Lo sento ancora: è il legno che ci chiama a casa.»

Teresa, nella lanca, con il vento

Siamo passati sotto il ponte con le lanterne già accese

Il varco era stretto e basso, ma dopo una ventina di metri si apriva sul ramo principale, con la corrente che ci ha presi subito per mano. Abbiamo remato forte, tutti in fila, mentre le prime gocce cadevano grosse sulle pagaie. In pochi minuti abbiamo visto il ponte di barche davanti a noi, una lunga fila di scafi grigi legati fra loro, con le auto ferme sopra. Il cigolio, da vicino, era fortissimo, e Teresa rideva con la testa all'indietro.

Siamo passati sotto le travi del ponte uno alla volta, nel varco segnato per le barche, con il legno che scricchiolava sopra le nostre teste. Allo sbarco, poco più a valle, Matteo aveva acceso le lanterne sotto la tettoia e messo sul fuoco una pentola di minestra. Il temporale è arrivato proprio mentre tiravamo su l'ultima canoa, e lo abbiamo guardato da sotto la tettoia, bagnati e contenti. Teresa teneva la tazza fra le mani e ascoltava la pioggia sulle lamiere, senza dire niente per un bel pezzo.

Prima di salutarci ci ha chiesto di riportarla sul ponte, questa volta a piedi, per sentirlo sotto le scarpe. L'abbiamo accompagnata quando la pioggia è finita, nella luce azzurra della sera, con l'acqua che scorreva veloce sotto le assi. Si è fermata nel mezzo, con una mano sulla ringhiera, e ha detto che adesso sapeva come lo sentiva sua sorella tanti anni prima. A ottobre torna con lei, e ci ha già chiesto due canoe vicine, per remare fianco a fianco.

Il quaderno di pruaChi riceve il quaderno legge le nostre storie una settimana prima, insieme ai racconti che sul diario non pubblichiamo Nel diario, subito dopoSiamo arrivati con Gino e Walter dove il Ticino incontra il Po